Il “professoresso” di Cervia


10 gen, 2007
 Nessuno    Politica

Siamo alle solite: è sufficiente fare qualcosa fuori del consueto, politicamente scorretto o provocatorio, ed ecco subito sorgere un caso.


Siamo alle solite: è sufficiente fare qualcosa fuori del consueto, politicamente scorretto o provocatorio, ed ecco subito sorgere un caso. Al centro dell’attenzione stavolta è un professore di Cervia, reo di essersi recato a scuola vestito da donna (video). Nel Medioevo, con ogni probabilità, un tale comportamento sarebbe stato considerato un semplice atto goliardico (i Goliardi erano uno strano gruppo di intellettuali medievali che utilizzava la poesia per criticare la società). Oggi, invece, desta scalpore e proteste, al punto che la scuola in questione ha deciso un’ispezione.
Si vuole far credere che il professore abbia compiuto un atto contrario al buon costume; ma così non è. L’abbigliamento, infatti, è un elemento sociale, legato alla cultura e alle tradizioni di un popolo. Ma un vestito è tale a prescindere da chi lo indossa. In Scozia, ad esempio, a nessuno verrebbe in mente di accusare un uomo per aver indossato il famoso gonnellino. Le stesse tuniche dei preti, del resto, somigliano a delle lunghe gonne. E, se ci si veste da donna a carnevale, nessuno si scandalizza. Se, poi, si pone la questione su un piano squisitamente estetico, allora è preferibile vedere un bell’uomo vestito da donna, piuttosto che una brutta donna con le gambe storte in minigonna e tacchi a spillo. Oppure, uguale scalpore dovrebbe suscitare una donna che si veste da uomo indossando un paio di jeans, giacca e cravatta, come ormai usualmente avviene.

La libertà di espressione è un valore fondamentale tutelato dalla legge. L’articolo 21 della Costituzione italiana, infatti, recita: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. È evidente, allora, che un uomo che si veste da donna, qualsiasi siano le motivazioni che lo portino a fare ciò, manifesta liberamente il proprio pensiero, nel pieno rispetto della Costituzione. Ed è ciò che ha fatto – magari in modo plateale – il simpatico “professoresso” di Cervia. E, dal momento che egli si dichiara eterosessuale, perché non vedere un fine didattico nel suo gesto? La scuola è il luogo della formazione umana per eccellenza. Rompere gli schemi, provocare reazioni, analizzarle e discuterne in classe fa parte del delicato ruolo sociale dell’insegnante. Non si può condannare chi prova a fare il proprio lavoro con maggiore creatività. A scagionare il docente di Cervia da ogni accusa, in fondo, sono i suoi stessi alunni, secondo i quali il professore “non farebbe mai del male a una mosca”. Piuttosto che aprire un’inchiesta, la scuola dovrebbe essere fiera di avere nel suo corpo docente un insegnante non massificato, in grado di elevare le coscienze degli alunni, invitandoli a riflettere sulla realtà complessa che li circonda.